Kyoto: il privilegio di guardare il mondo da un altro punto di vista

Decidere di partire alla volta del Giappone è una scelta più difficile di quanto ci si possa aspettare. Allo sguardo di un walker distratto, infatti, il sol levante potrebbe rappresentare solo un’altra porzione di mondo da conoscere, un altro ricordo con cui riscaldarsi durante i gelidi mesi invernali. La maggior parte degli occidentali immagina il Giappone come una nazione antica e spirituale, ma profondamente industrializzata, e popolata da individui stacanovisti in giacca e cravatta che corrono dalla mattina alla sera.

Fortunatamente bastano pochi giorni in qualsiasi città per rendersi conto di quanto questa affermazione sia affrettata. La società nipponica e i suoi usi e costumi, infatti, sono ricchi di implicazioni e contraddizioni a cui bisogna affiancarsi con un occhio decisamente non occidentale, e questa osservazione è tanto più vera se si parla di Kyoto.

L’antica capitale imperiale del Giappone si presenta subito come una torta dai mille strati, tutti di diversa consistenza e tutti da scoprire ed assaporare. All’esterno si presenta come una delle tante metropoli giapponesi, con una crosta dura rappresentata dai quartieri commerciali, incredibilmente simili ai classici skyline americani. I grattacieli, i centri commerciali e gli uffici sono i primi edifici che si possono vedere quando si arriva in città con gli Shinkansen, i famosi treni proiettile di cui i giapponesi vanno immensamente fieri. Una volta lasciati i binari però, ci si rende immediatamente conto di quanto Kyoto sia meno frenetica e scattante rispetto alle altre città dell’isola. Guardando una mappa della città si nota subito la presenza di innumerevoli templi buddhisti e scintoisti immersi nella natura, e si intravede quell’essenza giapponese che ci si aspetta di trovare viaggiando verso oriente e che sembra completamente sotterrata dalla modernità vivace e tecnologica del Giappone 2.0.

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Così, forse per la prima volta durante questo viaggio, si rallenta un attimo e ci si perde tra i diversi strati di Kyoto, rimanendo accecati da mille colori. I kimoni sembrano brillare di luce propria nel quartiere di Gion, insieme ai sorrisi delle donne che li indossano fiere con colorati fiori tra i capelli, mentre il tempio d’oro abbaglia i visitatori che si specchiano con lui nel laghetto antistante. Il rosso vivo dei torii del tempio Fushimi Inari riempie il cuore e cancella ogni preoccupazione. Percorrendo i quasi 4 km della salita attraverso le alte porte spirituali si ha la sensazione di purificarsi ed imparare ad osservare il mondo con occhi nuovi. L’illuminazione vera però, scatta durante la cerimonia del tè, quando il verde caldo della bevanda schiarisce i pensieri che si accavallano quando si cammina troppo. Rimanere seduti per un’ora a gambe incrociate, osservando in silenzio i gesti di questo vero e proprio rito rappresenta un privilegio per un occidentale, ammesso alla rievocazione di una gestualità millenaria. D’improvviso si dimenticano le difficoltà linguistiche, le rigide regole imposte in ogni situazione quotidiana, il silenzio spettrale sui mezzi pubblici e le file dei business men davanti ai ristoranti all’ora di pranzo.

Grazie a Kyoto ho capito che i giapponesi affrontano la propria vita come dei funamboli esperti, perfettamente in bilico su un filo. In un’epoca in cui tutto ruota attorno alla crisi economica e soprattutto a quella di valori, sono stata testimone di un diverso modo di affrontare il futuro e ho imparato che la cultura giapponese è stata in grado di evolversi insieme alla modernità senza scontrarsi con essa, ma creando un equilibrio solido che in Occidente sembriamo aver dimenticato.

Il fulcro di questa unione tra passato e futuro, si sposa tutti i giorni a Kyoto e si riflette nei sorrisi e nella gentilezza dei suoi abitanti, sempre pronti ad aiutare un walker in difficoltà. Kyoto vive la sua quotidianità in un presente estremamente eterogeneo e affascinante, che vale la pena di vivere senza paura e con la mente aperta, avendo sempre presente ciò che le nostre radici hanno da insegnarci.

E io e i miei compagni di viaggio l’abbiamo imparato tra mille sorrisi, Ookini (grazie) Alberto, Laura e Alessandro. Ookini Kyoto.

Giulia Mosca

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